MARINO (PD): Riflessioni e idee sul futuro di Rai International
lunedì 29 settembre 2008
Nelle ultime settimane si è alzato un po’ il volume a Saxa Rubra. Da parte mia, che ho seguito da diverse postazioni, politiche e istituzionali, la vita di Rai International – oggi Rai Italia – vorrei dare conto di quello che ho visto nel comparto dell’azienda televisiva dello Stato a cui sono più affezionato. Dico subito che il quadro non mi pare lusinghiero. Come l’ultimo atto dell’attuale direzione mi conferma, con la redazione che ha prima respinto a grande maggioranza l’ultimo piano di riorganizzazione e poi votato la sfiducia al suo direttore. Non voglio, né debbo, entrare nel merito del contenzioso fra redazione e direttore. Devo però, mio malgrado, constatare che a poco più di 18 mesi dal suo insediamento, l’attuale direzione rischia di ritrovarsi in una situazione di stallo simile a quelle precedenti, nonostante al suo arrivo, Badaloni, avesse trovato una redazione compatta e motivata dalla prospettiva di lavorare con un bravo e affermato professionista quale lui è. Un entusiasmo che era cresciuto con la firma di una nuova e avanzata Convenzione tra Rai e Presidenza del Consiglio, che prevedeva l’introduzione di discreti strumenti di verifica e controllo, come il Comitato di controllo su Rai International che, se riuscisse a risolvere i conflitti di competenze (a mio avviso non dovrebbe far parte di una commissione di controllo anche il controllato), potrebbe essere un utile banco di verifica dei risultati e uno stimolo alla direzione e redazione tutta. Nell’applicazione del dettato della Convenzione si erano visti, in una prima fase, piccoli passi in avanti che avevano fatto ben sperare per il futuro: una maggiore pluralità dell’informazione, con la messa in onda all’estero di diversi programmi di approfondimento giornalistico insieme a programmi di buon successo quali “Parla con me” e “Che tempo che fa”. Come pure è stata senz’altro una scelta felice quella di diversificare i palinsesti: uno per le Americhe, uno per l’Africa e l’Asia e uno per l’Europa e l’Italia, seppure vi sia ancora molto da lavorare nella direzione di altri sdoppiamenti di questi stessi palinsesti. Persino la qualità del segnale era migliorata. Questi risultati sono stati apprezzati anche dagli italiani all’estero, che vi hanno riscontrato i piccoli germi di un cambiamento di rotta e una speranza per il futuro di Rai Italia. Un sentimento registrato nell’annuale rapporto del MAE che riportava i timidi segnali di un leggero apprezzamento che alimentava crescenti aspettative. Invece là ci si è fermati, riaprendo la strada a un nuovo e diffuso disagio tra gli utenti all’estero (italiani e non) e nella redazione. Per questo oggi, alla vigilia di una quasi certa invasione politica da parte della maggioranza di Governo, è necessario capire le ragioni più profonde di questo disagio, che costringe il canale internazionale del servizio pubblico in un continuo stato di sofferenza. Lo dobbiamo fare per non buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, consentendo ai limiti del passato di travolgere la mission di Rai Italia. Ormai, la crisi dell’Alitalia ce lo conferma, la grande competizione globale fra i brand territoriali, si gioca proprio sul terreno della capacità di proporre e sviluppare un’immagine, un’idea del sistema paese. Rai Italia deve essere uno strumento vitale di questa strategia, come impone la Convenzione. Ne ha tutte le premesse e le potenzialità. Invece, proprio su questo snodo decisivo si è avvitata la crisi dell’ultima gestione del canale, che ha portato alla sfiducia di martedì scorso. Forse può essere utile ricordare alcuni dati sintomatici di uno stallo e di una distanza perniciosa dalle indicazioni dettate dalla Convenzione:
- news: dal gennaio 2007 al gennaio 2008 il palinsesto di Rai Italia si è ridotto passando dall’11,5% al 6,75%. Si è dimezzata l’offerta di informazioni per la comunità italiana all’estero, sostituita con commenti e approfondimenti generalisti che non hanno rafforzato l’appeal del canale verso il suo attuale target di riferimento, né gli hanno consentito di conquistarne uno nuovo. - Comunicazione sociale e lavoro: anche qui si registra un dimezzamento dell’offerta: dal 6% del gennaio 2007 al 3% del gennaio 2008. - Turismo e qualità del territorio: questo è un punto strategico, passato però dal 2,3% del palinsesto complessivo all’1,4% di oggi. - Intrattenimento e cinema: mentre sono notevolmente aumentate le repliche, come abbiamo constatato nell’ultimo trimestre, vediamo che persino lo sport è calato del 5% e l’offerta per minori, nevralgica per rinnovare la nostra platea di riferimento e rafforzare il legame con le nuove generazioni di italiani nati all’estero, è passata dal già insufficiente 3,85% a uno striminzito 1,85%.
Il dato preoccupante è che nei mesi successivi al gennaio 2008 (per i quali, tuttavia, non sono disponibili dati di dettaglio) i trend non sono affatto migliorati, anzi sembrano peggiorare. Abbiamo infatti visto scomparire in queste settimane trasmissioni che interpretavano al meglio la mission di marketing territoriale, come “ItaliaCampus” e, soprattutto, programmi che segnavano un’innovazione sia nel linguaggio che nella capacità di rappresentare il sistema paese, come “ItaliaCult”, il magazine che segnava un originale modello produttivo, con il coinvolgimento diretto degli Istituti di cultura italiana all’estero e della stessa Farnesina, dalla quale si trasmetteva e che, insieme agli istituti stessi, aveva manifestato apprezzamento per il lavoro fatto, come ho avuto modo di constatare direttamente nel mio ruolo di rappresentante del MAE nel Comitato di controllo su Rai International. Ma siccome l’obiettivo più importante è quello di guardare al futuro, riconoscendo e prendendo atto dei limiti che hanno segnato il percorso fin qui svolto, vorrei provare a individuare almeno un punto di partenza condiviso da cui muovere, ciascuno nel proprio ruolo.
Rai Italia deve essere competitiva con la nuova realtà della comunicazione internazionale. Deve saper raggiungere i diversi target: quello dell’emigrazione tradizionale con quello delle nuove migrazioni italiane e degli stranieri a vario titolo interessati all’Italia e alla sua cultura. Essere capace di intrecciare contenitori e contenuti: adottando linguaggi innovativi, mutuati dalle nuove soluzioni multimediali, per dare il senso della realtà del sistema Italia. Nessuno – e sottolineo nessuno – può pensare di tornare al passato, realizzando un prodotto consolatorio e nostalgico. Le competenze e le potenzialità innovative sono già nella redazione: occorre saperle gestire e valorizzare al massimo. Solo così delusione degli utenti, insieme a scricchiolii, malumori e rumore di queste settimane, potranno diventare utile tifo e incoraggiamento per Rai Italia.
Ecco le ultime news pubblicate su www.pdmondo.info
Intervento in Aula dell'on. Franco Narducci sulle missioni militari all'estero
(scritto daRedazione, pubblicato il martedì 18 novembre 2008 16:56)
On. Franco Narducci
Signor Presidente, Onorevoli colleghi,
dobbiamo approcciarci a questo provvedimento con la convinzione che le missioni all’estero sono uno strumento importante per la politica estera italiana ed europea per costruire percorsi di pace, in continuità con l’azione svolta dal precedente Governo di Romano Prodi. Le missioni italiane sono caratterizzate dal fatto di essere inserite in un quadro di operazioni condotte in molti casi sotto l’esplicito mandato delle Nazioni Unite, dell’Unione europea o nel quadro del “nuovo” diritto internazionale umanocentrico, così come lo definisce Papisca, agendo uti universi, e nella prospettiva di operazioni di peace-keeping preventivamente autorizzate dal Consiglio di sicurezza. Gli interventi italiani, condotti sempre con spirito umanitario ed in ottemperanza alla collective international responsability to protect, sono da considerarsi tra le attività che caratterizzano maggiormente la presenza italiana nel mondo e grazie alla grande capacità del personale militare siamo riusciti a conquistare credibilità sullo scenario internazionale anche al di sopra delle risorse impegnate.Nello stesso tempo però andrebbero individuati criteri e fondi a livello internazionale per il finanziamento e l’addestramento comune dei contingenti destinati a tali operazioni, cosa che favorirebbe anche un più rapido dispiegamento delle forze di peace-keeping. Sempre a livello internazionale bisognerebbe procedere al rafforzamento, con regole condivise, della capacità delle missioni di peace-keeping di fare fronte a tutte le circostanze potenzialmente variabili utilizzando il quantum di forza necessario come già contenuto nel cosiddetto rapporto Brahimi e nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1327 del 13 novembre 2000.L’intervento italiano si è sempre caratterizzato per il suo aspetto umanitario volto a far cessare la brutale violazione dei diritti umani fondamentali. L’Italia seguendo la propria vocazione dovrebbe agire in maniera tale che i meccanismi istituzionali esistenti a livello internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale siano rinforzati sottolineando il ruolo fondamentale della responsabilità comunitaria degli stati attraverso il riconoscimento di obbligazioni verso la comunità internazionale nel suo insieme. Inoltre, dal punto di visto interno, mi sembra importante che si proceda, nonostante i significativi passi avanti compiuti in tal senso, al varo di una legge organica sulle missioni militari italiane all’estero, sotto l’art.11 della Costituzione, in modo da operare in un quadro definito già preventivamente e che racchiuda tutte le fattispecie ipotizzabili.Le missioni di pace che il nostro Paese porta avanti sono contributi di alta civiltà: in Afghanistan siamo impegnati perché “caedant arma togae”, per tessere la pace con il filo della giustizia e della libertà. Bisogna ricostruire il sistema istituzionale ed assicurare il corretto svolgimento dell’amministrazione della giustizia. Ci troviamo in un periodo di transizione internazionale, è finita l’epoca del “balance of powers” e rischiamo di tornare verso un sistema di “concerto di potenze” che esclude le Nazioni Unite dal ruolo che devono continuare ad assumere, rappresentando la più alta istanza internazionale in cui assicurare una governance legittima e condivisa dei temi globali.In questo quadro l’Italia, nelle missioni estere, propone un modello vincente perché coniuga fermezza e umanità. Abbiamo ricordato, nei giorni scorsi, i caduti di Nassirya, portatori di pace, amati dagli italiani e non solo come hanno mostrato i funerali in San Paolo fuori le mura.Essi non sono stati in alcun modo terminali di un’azione egemonica o impositiva attraverso la forza, come qualcuno vorrebbe, ma promotori e difensori strenui dei diritti umani troppe volte calpestati. Essi, come ogni militare italiano presente nelle aree di crisi, sono espressione del popolo italiano che vuole un mondo di pace e progresso ed il Parlamento deve riflettere il corale sostegno del Paese alla costruzione della pace e oggi lo può fare all’unanimità votando il sostegno alle nostre missioni all’estero attraverso il provvedimento di rifinanziamento.Si tratta del destino di popoli interi ognuno con la propria tradizione e cultura che la grande carica umana della nostra storia riesce a rispettare e a valorizzare poiché la pace passa anche attraverso la pluralità e non l’omologazione. Il ruolo delle Nazioni Unite deve essere sempre più forte in questo scenario, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino. Dobbiamo lavorare in questo senso e gettare il cuore oltre l’ostacolo per contribuire a far affermare un multilateralismo che sappia ammettere la responsabilità come principio e proporre una governance mondiale delle crisi convergendo verso la piena tutela dei diritti umani.In questo quadro si inserisce il nostro senso di responsabilità e con il Presidente Napolitano ricordiamo chiaramente che ingerenza umanitaria è cosa totalmente diversa da guerra e chi afferma il contrario lo fa semplicemente spinto da forzature ideologiche. Le recenti crisi, per l’UE, hanno avuto numerosi effetti, ma uno dei più importanti è stato quello di sottolineare l’impotenza militare dell’Unione di fronte all’abilità europea di usare il suo potenziale economico e diplomatico che veniva per queste ragioni compromesso. Le esperienze degli sforzi sostenuti in Albania, Bosnia, e Kosovo hanno evidenziato l’importanza degli aspetti civili nelle ricostruzioni post-crisi ed in particolare in Albania, nel contesto dell’operazione Alba, si è manifestata la capacità degli europei di indirizzare la soluzione delle crisi mettendo in evidenza che le situazioni post-conflitto richiedono un legame stretto tra servizio giudiziario, polizia, riforme amministrative, giuridiche ed istituzionali oltre che una stretta cooperazione con le autorità locali raggiungendo una capacità di visione comune. Questa capacità tutta europea, e peculiarmente italiana, si rivela ancora una volta importante nel caso della situazione in Georgia e si inscrive nel ruolo unitario che l’Unione vuole ricoprire in politica estera. In effetti, l'UE ha acquisito, negli ultimi anni, una maggiore consapevolezza del suo ruolo in politica estera e nei processi di pacificazione, poi racchiusa più coerentemente nel Trattato di Lisbona. Lo sviluppo di una più ambiziosa strategia europea in politica estera significa anche che la politica dell'UE sarà più soggetta a critiche, pagando il suo prezzo interno per voler agire in modo globale e in un contesto multipolare. Ma la maggior parte degli Stati membri e dei cittadini europei stanno acquisendo consapevolezza dell’importanza della loro reciproca interdipendenza anche in termini di gestione della sicurezza collettiva e prevenzione dei conflitti soprattutto se si manifestano alle proprie porte. Ne è prova la crescente percezione che registra l’Eurobarometro dell’importanza delle operazioni di peace-keeping, di aiuto umanitario e del ruolo delle forze armate nel difendere valori come la libertà e la democrazia.Siamo presenti in molte aree di crisi ed in altre dobbiamo prepararci ad intervenire come nel Darfur dove è in corso un genocidio e dove dobbiamo avere il coraggio di fare pressioni sugli attori africani e sulla Cina. Ma nel frattempo si è aperto, in questi giorni, il fronte del Congo, che non possiamo ignorare. Onorevoli Colleghi, l’esperienza maturata dall’Italia nelle missioni internazionali deve spingere il governo a farsi promotore di alcune significative innovazioni, in attesa di rinforzare quei meccanismi istituzionali internazionali di cui parlavo prima. Sono innovazioni che dovrebbero mirare ad un maggior coordinamento tra le varie realtà presenti sul campo e una maggiore efficienza nella linea di comando dal momento operativo fino al quartier generale delle Nazioni Unite.Consapevoli, Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, che l’Italia opera in ottemperanza al rispetto dei diritti umani e in ambito ONU, rivendichiamo come un merito la partecipazione alle missioni di pace per lo sviluppo di tutti, secondo la linea già espressa dal Governo Prodi, e votiamo a favore del provvedimento in questione pur con i distinguo richiamati dai nostri emendamenti e dai nostri ordini del giorno.
PD LUSSEMBURGO: "Il Governo dimentica gli italiani residenti all'estero"
(scritto daRedazione, pubblicato il martedì 18 novembre 2008 16:06)
Conferenza stampa indetta da Maria Antonietta Lorenzi e Mario Tommasi, Comites di Lussemburgo e CGIE, contro i drastici tagli operati dalla Finanziaria 2009 ai fondi destinati agli Italiani all'estero
Il 14 novembre 2008 Maria Antonietta Lorenzi, presidente del Comites di Lussemburgo, e Mario Tommasi, Consigliere CGIE, hanno indetto una Conferenza...
Comites di Atene e Charleroi-La Louviere, si vota il 20 marzo
(scritto daRedazione, pubblicato il martedì 18 novembre 2008 12:03)
Si svolgeranno il prossimo 20 marzo le elezioni per il rinnovo dei Comites di Atene e Charleroi-La Louviere. Lo hanno comunicato nei giorni scorsi il console di Charleroi Francesco Ercolano e l'ambasciatore italiano ad Atene, Gianpaolo Scarante.