Silvana Mangione (CGIE): Gli italiani all’estero non sono più fra le priorità del Governo

PDF Stampa E-mail
martedì 07 ottobre 2008

NEW YORK - Con la fine di settembre arrivano, puntuali come l’esattore delle tasse, le prime indiscrezioni sulla Finanziaria, accompagnate dai soliti “sussurri e grida” di tutti coloro che si ritengono non soddisfatti dalle previsioni di spesa.

La Finanziaria è accompagnata dal Dpef–il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria – che spiega le priorità fissate dal Governo. Gli italiani all’estero non sono più fra le priorità del Governo. Non so di quale colpa orribile ci siamo macchiati. Forse qualcuno prima o poi mi spiegherà che si tratta del fatto che riflettiamo più o meno – meno che più – l’assetto di appartenenze di partito della nostra madre patria, malgrado alle ultime elezioni degli italiani all’estero il Pd abbia perso due senatori e la situazione al Senato sia diventata 3 Pdl, 2 Pd e 1 indipendente, la quale vota coerentemente sulle proposte e non sulle linee di questo o quel conglomerato.

Certamente la mia illazione non ha nulla a che fare con la realtà, perché l’ampia maggioranza di governo non ha bisogno degli eletti degli italiani all’estero e non si cura delle pinzillacchere di schieramenti esterni all’Italia.

E allora? Il taglio massiccio, profondo, eccessivo dei fondi a disposizione delle attività per gli italiani all’estero è castrante prima di tutto nei confronti dei valori dell’Italia e delle sue politiche di immagine.

Se non vado del tutto errata, l’articolo 2 della nostra bellissima Costituzione continua a recitare: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nella formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», che – secondo me – significa che la Repubblica italiana garantisce la protezione delle fasce più deboli della società, ovunque esse risiedano, anche all’estero, anche fuori dall’Argentina, l’unica tutelata perché il contratto per l’assicurazione medica di oltre ottomila italiani indigenti li copre fino a tutto il 2009.

A sua volta la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, approvata nel dicembre dello stesso anno, il 1948, in cui è entrata in vigore il primo di gennaio la nostra Costituzione, stabilisce all’art. 25 il diritto di ogni individuo «alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà».

Le due affermazioni dovrebbero salvaguardare la tutela dei cittadini di ogni Stato, anche quando essi vivono fuori dai confini nazionali. All’articolo 6, poi, la nostra Costituzione sancisce: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche», vale a dire anche le nostre collettività che, abitando in altri Paesi, diventano in certo qual modo minoranze linguistiche,. E la Dichiarazione Universale incalza garantendo all’art. 26 il diritto all’istruzione «indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali». Ne deduco, ma forse come al solito mi sbaglio, che del diritto all’istruzione faccia parte anche il diritto ad imparare la lingua e cultura del paese di origine.  Sappiamo bene che non sempre la politica può o vuole applicare pedissequamente i principi contenuti nelle leggi fondamentali dell’uomo, nazionali o internazionali che siano, perché al di là dei diritti esiste l’interesse dello Stato. Ma è proprio nell’interesse dell’Italia investire nella promozione di lingua e cultura all’estero, in un momento economico come quello che sta attraversando il mondo, tale che le quattro potenze europee del G8 si sono riunite a Parigi e, al termine dell’incontro, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha dichiarato all’Ansa: «Il sistema europeo deve sopravvivere e continuare a sostenere l’economia reale», concludendo che: «l’Europa non corre i rischi di crisi degli Stati Uniti».

Anche l’Italia non li correrà, ma soltanto fino a quando potrà attingere alla presenza capillare, alla capacità di innescare scambi economici e commerciali, all’azione di costante italianizzazione dei consumi degli altri popoli, rappresentate dalle comunità italiane e di origine italiana all’estero. Un antico proverbio dice che le nozze con i fichi secchi non si fanno. L’italianità non si mantiene nei discendenti dei figli del «Bel Paese dove il sì suona» e di tutti coloro che di questo nostro Paese vogliono diventare culturalmente figli adottivi, se non si mette a loro disposizione la possibilità di imparare la lingua ed immergersi nella cultura italiana, pur rimanendo fuori dai confini d’Italia. Lo predichiamo da sempre. Ci siamo sfiatati strillandolo dalla cima di tutti i pizzi: consolidiamo ed ampliamo con tutti i mezzi possibili l’insegnamento dell’italiano e della nostra cultura o correremo il rischio, ben più grave, che la nostra stessa lingua sparisca dalla faccia del mondo, fagocitata dalle dilaganti, onnivore macchie d’olio degli strumenti di espressione di fatti e idee, costituiti dall’inglese e dallo spagnolo, per non parlare, in un futuro molto prossimo, del cinese e del russo.

L’investimento nella lingua e nella cultura è essenziale per la sopravvivenza dell’Italia. Le «risorse economiche» dell’Italia all’estero stanno cominciando a stancarsi di essere continuamente emeritate a parole e schiacciate sotto i piedi a fatti. Le nostre collettività non capiscono questo crescente «cupio dissolvi», questa brama di autodistruzione dell’Italia, che a parole rispetta e ammira i grandi successi degli estero–italiani, ma a fatti scava il terreno sotto i piedi di un qualunque possibile futuro dell’Italia all’estero. Sì, dell’Italia, perché le forze dell’emigrazione italiana, dai discendenti dei più antichi esodi ai nuovissimi esponenti della mobilità, sono talmente ben inserite che, di fronte alla inspiegabile cecità della madre patria, finiranno per fare spallucce e dire: «Sai che c’è? Io vivo in Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Brasile, Cile, Australia, ecc., ecc., ecc. e la mia lingua, il mio paese, la mia cultura sono francesi, tedeschi, inglesi, portoghesi, spagnoli, ecc. ecc. ecc.».

Ciò che si perderà a causa di questa colpevole miopia e della mancata allocazione di investimenti, non ingentissimi, ma assolutamente necessari, diventerà infinitamente costoso e difficilissimo da riconquistare, quando ci si accorgerà delle conseguenze devastanti degli sbagli commessi.

E chi dovesse pensare che dalla Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel mondo possa scaturire il totale superamento delle politiche linguistiche per gli italiani all’estero si sbaglia di grosso. I nostri ragazzi infatti si stanno lamentando perché parecchi dei loro coetanei, che amano l’Italia e vogliono contribuire al successo del nostro Paese, non potranno partecipare perché il limitato finanziamento della conferenza stessa non consente la presenza di interpreti.

E l’Italia vuole impedire loro di imparare una lingua che non sanno e che li legherebbe a noi per sempre? Non capisco. (Silvana Mangione*-Gente d’Italia/Inform)

*Vice segretario generale CGIE per i Paesi anglofoni extraeuropei

 
< Prec.   Pros. >

Spot PD Estero

Click sul Play per attivare
Leggi il programma per gli italiani nel mondo
Dal III Rapporto Semestrale: Finanziaria
fai click qui!

Sondaggio

Riformare i Com.It.Es...?
 

Ultima Newsletter

  • News da Partito Democratico nel Mondo del martedì 18 novembre 2008 - 2008-11-18