Guerra in Georgia, la legge del più forte |
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lunedì 15 settembre 2008 |
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Il nuovo scontro tra Usa e Russia nella seconda era nucleare. Intervista a Luciano Neri, Presidente del Cenri (Centro Relazioni Internazionali)
Continua ancora oggi il rimbalzo delle responsabilità della guerra in Georgia, come è cominciata, per responsabilità di chi e perché? Formalmente la guerra in Ossezia del Sud è iniziata per il tremendo errore di calcolo del presidente georgiano Saakashvili che, mal consigliato dall’amministrazione Bush, ha invaso l’Ossezia, rompendo l’accordo del 1992 che aveva stabilito una fragile tregua con la istituzione di una forza di interposizione composta da forze armate georgiane, russe e ossetine. Ma la crisi parte da lontano e riapre scenari pericolosissimi. Si riapre lo scontro tra Russia e Stati Uniti, per il controllo delle risorse energetiche, di aree geopolitiche considerate strategiche e nel pieno della ripresa della proliferazione nucleare. Una crisi che contiene molte cose, il ruolo della Russia, il rapporto tra questa, gli Usa e l’Europa, la ridefinizione, o l’ulteriore deterioramento, delle regole e degli organismi del diritto internazionale. Ma formalmente i contendenti dichiarano di difendere o la sovranità nazionale o i diritti di popolazioni aggredite. Poco c’entrano la difesa della democrazia e dei diritti dei popoli. Anzi, le popolazioni civili che, in questa come in ogni altra guerra, muoiono e fuggono, subiscono gli effetti dolorosi di decisioni scellerate di un presidente come Bush che di guerra in guerra sta approfondendo paurosamente la crisi degli Stati Uniti, di un Presidente corrotto e dispotico come Saakashvili la cui adesione al campo occidentale non lo fa diventare meno impresentabile e di un Presidente come Putin che, dopo aver cancellato in Russia e in Cecenia persone, giornali e giornalisti indipendenti, diritti civili e garanzie costituzionali, si presenta come il difensore dell’aggredito popolo ossetino. Ciò che rientra prepotentemente in gioco è la legge del più forte, all’interno di un quadro di regole che, specialmente dopo l’11 settembre, è stato progressivamente e colpevolmente disintegrato dalle ingerenze delle grandi potenze che hanno preso come riferimento i propri interessi. Ma sottovalutare la pericolosità intrinseca in aree terribilmente complesse e storicamente attraversate da conflittualità come quella balcanica e quella caucasica equivale ad aprire un vaso di Pandora dal quale può uscire di tutto e di peggio. I Russi, ma anche qualche governo europeo, affermano che l’apertura del vaso di Pandora è iniziato con il riconoscimento del Kosovo. Il riconoscimento del Kosovo, al di fuori delle regole del diritto internazionale, rompendo l’integrità territoriale della Serbia così come riconosciuta dall’Onu (Kosovo incluso, pur con una forte autonomia) ha determinato il cambiamento del criterio di riconoscimento degli stati, ha minato ulteriormente la già evaporata legalità internazionale e di fatto introdotto il principio del riconoscimento “dall’esterno” sulla base della legge del più forte. Le conseguenze sono storia di oggi, e non si fermeranno qui se non si definiranno nuove regole condivise. Le aree attraversate da spinte indipendentiste sono molte. E per Putin, che interpreta la rinascita di una Russia potente e influente a livello internazionale, questo terreno di scontro è il più favorevole e auspicabile. La posizione dell’Europa anche in questa vicenda è apparsa di basso profilo La posizione europea, cauta e dialogante, è stata interpretata come l’ennesima prova di un’Europa assente e incapace di assumere una posizione ferma e unitaria. Ma non è così. Un conflitto nel mezzo dell’Europa non giova né ai suoi interessi economici né a quelli strategici. Specialmente nel momento in cui Putin, all’interno, parla di un’Unione Europea come di un impero in espansione e denuncia l’atteggiamento ostile degli “occidentali” esplicitatosi con evidenza durante la rivoluzione arancione. Condizioni che hanno rafforzato la sindrome da accerchiamento sempre latente nello spirito russo, rafforzando contemporaneamente Putin stesso. I rapporti tra Russia ed Europa sono sempre stati fluttuanti, e questo conflitto entro poco tempo porterà a definire nuovi equilibri. La Russia, dopo la caduta del comunismo, ha oscillato tra una tendenza europeista e centrifuga e una chiusura slavofila e centripeda, ma ciò che è evidente è che entrambi i protagonisti sono consapevoli di essere indispensabili l’uno all’altro. Ma quanto il rapporto tra UE e Russia si è incrinato e quali scenari si potranno aprire in futuro dopo la guerra in Georgia? L’Unione Europea è il partner più importante per la Russia, copre il 33-35% delle esportazioni, anche se viceversa Mosca riceve solo il 4% delle esportazioni europee. La parte più consistente è rappresentata dal rifornimento energetico, che occupa più del 40% delle richieste europee e costituisce una evidente arma di persuasione politica. La responsabile cautela europea, e francese in particolare, nasce proprio dalla consapevolezza che la Russia non tornerà indietro e che gli interessi europei sono antitetici a quelli di Bush, stretto tra una sconfitta ogni giorno più evidente in Iraq e una elezione presidenziale che rischia di perdere. La cautela europea nasce dalla consapevolezza che una scintilla oggi può far deflagare un conflitto diretto tra Nato e Russia, combattuto in Europa e nel mezzo di un potente riarmo nucleare. Credo che alla fine i comuni interessi economici e geopolitica raffredderanno il clima e riprenderà il dialogo e la cooperazione tra UE e Russia. Però intanto gli americani realizzano lo scudo antiatomico in Polonia e la Russia attua contromisure di riarmo che non prefigurano un quadro positivo per il futuro. E’ vero, la sottovalutazione del riarmo atomico è pericolosissimo quanto il riarmo stesso. Con la caduta del muro di Berlino era sembrata profilarsi una fase storica caratterizzata dalla fine del conflitto Est–Ovest, dall’avvio di una nuova cooperazione, dallo spostamento verso lo sviluppo di risorse normalmente destinate agli armamenti e dalla progressiva riduzione delle armi nucleari. Quello che sta avvenendo è l’esatto contrario. Nella prima era nucleare Unione Sovietica e Stati Uniti si sono fronteggiati sulla base di una dottrina, per quanto politicamente e umanamente inaccettabile, che si fondava su una deterrenza chiara: la certezza della reciproca distruzione in caso di conflitto atomico. Nella seconda era nucleare, quella che stiamo vivendo oggi, assistiamo alla proliferazione di mini-conflitti che si diffondono e si allargano a macchia d’olio in aree caratterizzate dalla presenza di stati dotati di armi atomiche. E oggi non sembra neppure possano esistere soggetti internazionali o trattati capaci di invertire la tendenza in atto. E’ vero, oggi non ci sono neppure regole tacite, accordi o piani di disarmo bilaterali come nel passato. Le armi atomiche aumentano nelle mani di paesi grandi e piccoli, stabili e instabili, responsabili e irresponsabili. Il Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), che si fondava sullo scambio tra i paesi già detentori, che si impegnavano a un graduale disarmo e i paesi non detentori, che si impegnavano a non dotarsi di armi atomiche, è carta straccia. Stati Uniti e Russia, invece di ridurlo, hanno incrementato il loro arsenale nucleare, sostenendo allo stesso tempo altri paesi che sono stati aiutati e assistiti nella proliferazione nucleare. Bush rilancia oggi persino lo scudo antimissile, un progetto sempre sostenuto dall’industria militare che sembrava essere stato abbandonato per gli altissimi costi e per la dubbia efficacia. E lo fa con una motivazione tra il ridicolo e il provocatorio: difendere gli Stati Uniti e l’Europa dai missili balistici di stati canaglia come l’Iran o la Corea del Nord. Stati che questi missili a oggi non possiedono. E lo fa mettendo le basi di lancio in Polonia, paese che notoriamente come qualsiasi diplomatico della Casa Bianca sa, confina con entrambi questi stati canaglia. Se lo scenario è questo, cosa si può fare, e quali sono i soggetti politici ed istituzionali che prioritariamente devono intervenire? È tempo che l’Europa intervenga, se non lo fa l’Europa chi può farlo ? E se non adesso quando? E’ tempo che recuperi le proprie ragioni fondative e dalla cautela passi all’azione. Per una nuova cooperazione e per il disarmo nucleare. E’ importante spingere affinché lo faccia, e altrettanto legittimo dubitare che lo farà. Barak Obama ha affermato che, se sarà eletto presidente, punterà sulla progressiva riduzione degli armamenti nucleari. Speriamo possa avvenire davvero.Ed è tempo anche che il centrosinistra, italiano ed europeo, “democratico” o “radicale”, rimetta al centro della propria azione e del proprio programma i temi del disarmo nucleare come priorità politica e come scelta di civiltà. A cura della Redazione Esteri de "L’Altrapagina" |
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Intervento in Aula dell'on. Franco Narducci sulle missioni militari all'estero
(scritto daRedazione, pubblicato il martedì 18 novembre 2008 16:56)
On. Franco Narducci
Signor Presidente, Onorevoli colleghi, dobbiamo approcciarci a questo provvedimento con la convinzione che le missioni all’estero sono uno strumento importante per la politica estera italiana ed europea per costruire percorsi di pace, in continuità con l’azione svolta dal precedente Governo di Romano Prodi. Le missioni italiane sono caratterizzate dal fatto di essere inserite in un quadro di operazioni condotte in molti casi sotto l’esplicito mandato delle Nazioni Unite, dell’Unione europea o nel quadro del “nuovo” diritto internazionale umanocentrico, così come lo definisce Papisca, agendo uti universi, e nella prospettiva di operazioni di peace-keeping preventivamente autorizzate dal Consiglio di sicurezza. Gli interventi italiani, condotti sempre con spirito umanitario ed in ottemperanza alla collective international responsability to protect, sono da considerarsi tra le attività che caratterizzano maggiormente la presenza italiana nel mondo e grazie alla grande capacità del personale militare siamo riusciti a conquistare credibilità sullo scenario internazionale anche al di sopra delle risorse impegnate.Nello stesso tempo però andrebbero individuati criteri e fondi a livello internazionale per il finanziamento e l’addestramento comune dei contingenti destinati a tali operazioni, cosa che favorirebbe anche un più rapido dispiegamento delle forze di peace-keeping. Sempre a livello internazionale bisognerebbe procedere al rafforzamento, con regole condivise, della capacità delle missioni di peace-keeping di fare fronte a tutte le circostanze potenzialmente variabili utilizzando il quantum di forza necessario come già contenuto nel cosiddetto rapporto Brahimi e nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1327 del 13 novembre 2000.L’intervento italiano si è sempre caratterizzato per il suo aspetto umanitario volto a far cessare la brutale violazione dei diritti umani fondamentali. L’Italia seguendo la propria vocazione dovrebbe agire in maniera tale che i meccanismi istituzionali esistenti a livello internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale siano rinforzati sottolineando il ruolo fondamentale della responsabilità comunitaria degli stati attraverso il riconoscimento di obbligazioni verso la comunità internazionale nel suo insieme. Inoltre, dal punto di visto interno, mi sembra importante che si proceda, nonostante i significativi passi avanti compiuti in tal senso, al varo di una legge organica sulle missioni militari italiane all’estero, sotto l’art.11 della Costituzione, in modo da operare in un quadro definito già preventivamente e che racchiuda tutte le fattispecie ipotizzabili.Le missioni di pace che il nostro Paese porta avanti sono contributi di alta civiltà: in Afghanistan siamo impegnati perché “caedant arma togae”, per tessere la pace con il filo della giustizia e della libertà. Bisogna ricostruire il sistema istituzionale ed assicurare il corretto svolgimento dell’amministrazione della giustizia. Ci troviamo in un periodo di transizione internazionale, è finita l’epoca del “balance of powers” e rischiamo di tornare verso un sistema di “concerto di potenze” che esclude le Nazioni Unite dal ruolo che devono continuare ad assumere, rappresentando la più alta istanza internazionale in cui assicurare una governance legittima e condivisa dei temi globali.In questo quadro l’Italia, nelle missioni estere, propone un modello vincente perché coniuga fermezza e umanità. Abbiamo ricordato, nei giorni scorsi, i caduti di Nassirya, portatori di pace, amati dagli italiani e non solo come hanno mostrato i funerali in San Paolo fuori le mura.Essi non sono stati in alcun modo terminali di un’azione egemonica o impositiva attraverso la forza, come qualcuno vorrebbe, ma promotori e difensori strenui dei diritti umani troppe volte calpestati. Essi, come ogni militare italiano presente nelle aree di crisi, sono espressione del popolo italiano che vuole un mondo di pace e progresso ed il Parlamento deve riflettere il corale sostegno del Paese alla costruzione della pace e oggi lo può fare all’unanimità votando il sostegno alle nostre missioni all’estero attraverso il provvedimento di rifinanziamento.Si tratta del destino di popoli interi ognuno con la propria tradizione e cultura che la grande carica umana della nostra storia riesce a rispettare e a valorizzare poiché la pace passa anche attraverso la pluralità e non l’omologazione. Il ruolo delle Nazioni Unite deve essere sempre più forte in questo scenario, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino. Dobbiamo lavorare in questo senso e gettare il cuore oltre l’ostacolo per contribuire a far affermare un multilateralismo che sappia ammettere la responsabilità come principio e proporre una governance mondiale delle crisi convergendo verso la piena tutela dei diritti umani.In questo quadro si inserisce il nostro senso di responsabilità e con il Presidente Napolitano ricordiamo chiaramente che ingerenza umanitaria è cosa totalmente diversa da guerra e chi afferma il contrario lo fa semplicemente spinto da forzature ideologiche. Le recenti crisi, per l’UE, hanno avuto numerosi effetti, ma uno dei più importanti è stato quello di sottolineare l’impotenza militare dell’Unione di fronte all’abilità europea di usare il suo potenziale economico e diplomatico che veniva per queste ragioni compromesso. Le esperienze degli sforzi sostenuti in Albania, Bosnia, e Kosovo hanno evidenziato l’importanza degli aspetti civili nelle ricostruzioni post-crisi ed in particolare in Albania, nel contesto dell’operazione Alba, si è manifestata la capacità degli europei di indirizzare la soluzione delle crisi mettendo in evidenza che le situazioni post-conflitto richiedono un legame stretto tra servizio giudiziario, polizia, riforme amministrative, giuridiche ed istituzionali oltre che una stretta cooperazione con le autorità locali raggiungendo una capacità di visione comune. Questa capacità tutta europea, e peculiarmente italiana, si rivela ancora una volta importante nel caso della situazione in Georgia e si inscrive nel ruolo unitario che l’Unione vuole ricoprire in politica estera. In effetti, l'UE ha acquisito, negli ultimi anni, una maggiore consapevolezza del suo ruolo in politica estera e nei processi di pacificazione, poi racchiusa più coerentemente nel Trattato di Lisbona. Lo sviluppo di una più ambiziosa strategia europea in politica estera significa anche che la politica dell'UE sarà più soggetta a critiche, pagando il suo prezzo interno per voler agire in modo globale e in un contesto multipolare. Ma la maggior parte degli Stati membri e dei cittadini europei stanno acquisendo consapevolezza dell’importanza della loro reciproca interdipendenza anche in termini di gestione della sicurezza collettiva e prevenzione dei conflitti soprattutto se si manifestano alle proprie porte. Ne è prova la crescente percezione che registra l’Eurobarometro dell’importanza delle operazioni di peace-keeping, di aiuto umanitario e del ruolo delle forze armate nel difendere valori come la libertà e la democrazia.Siamo presenti in molte aree di crisi ed in altre dobbiamo prepararci ad intervenire come nel Darfur dove è in corso un genocidio e dove dobbiamo avere il coraggio di fare pressioni sugli attori africani e sulla Cina. Ma nel frattempo si è aperto, in questi giorni, il fronte del Congo, che non possiamo ignorare. Onorevoli Colleghi, l’esperienza maturata dall’Italia nelle missioni internazionali deve spingere il governo a farsi promotore di alcune significative innovazioni, in attesa di rinforzare quei meccanismi istituzionali internazionali di cui parlavo prima. Sono innovazioni che dovrebbero mirare ad un maggior coordinamento tra le varie realtà presenti sul campo e una maggiore efficienza nella linea di comando dal momento operativo fino al quartier generale delle Nazioni Unite.Consapevoli, Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, che l’Italia opera in ottemperanza al rispetto dei diritti umani e in ambito ONU, rivendichiamo come un merito la partecipazione alle missioni di pace per lo sviluppo di tutti, secondo la linea già espressa dal Governo Prodi, e votiamo a favore del provvedimento in questione pur con i distinguo richiamati dai nostri emendamenti e dai nostri ordini del giorno.
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PD LUSSEMBURGO: "Il Governo dimentica gli italiani residenti all'estero"
(scritto daRedazione, pubblicato il martedì 18 novembre 2008 16:06)
Conferenza stampa indetta da Maria Antonietta Lorenzi e Mario Tommasi, Comites di Lussemburgo e CGIE, contro i drastici tagli operati dalla Finanziaria 2009 ai fondi destinati agli Italiani all'estero
Il 14 novembre 2008 Maria Antonietta Lorenzi, presidente del Comites di Lussemburgo, e Mario Tommasi, Consigliere CGIE, hanno indetto una Conferenza... Continua...
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Comites di Atene e Charleroi-La Louviere, si vota il 20 marzo
(scritto daRedazione, pubblicato il martedì 18 novembre 2008 12:03)
Si svolgeranno il prossimo 20 marzo le elezioni per il rinnovo dei Comites di Atene e Charleroi-La Louviere. Lo hanno comunicato nei giorni scorsi il console di Charleroi Francesco Ercolano e l'ambasciatore italiano ad Atene, Gianpaolo Scarante.
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