ORA SFONDIAMO TRA I MODERATI

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giovedì 17 luglio 2008

di Paolo Gentiloni

 

A tre mesi dalle elezioni il Pd comincia solo ora a scrollarsi di dosso il peso della delusione e della sconfitta. Un peso assai più grave di quanto ci aspettassimo e di quanto sarebbe giusto aspettarsi visto che nessuno pensava di vincere e che il 33 per cento non è affatto un cattivo esordio. Fare i conti davvero con la sconfitta vuol dire innanzitutto riconoscere che le scelte fatte fin qui dal Pd e da Veltroni sono state giuste e importanti. Ma non bastano. Il Pd non deve “resistere”, in attesa del fisiologico calo dei consensi al governo pronosticato da Pagnoncelli, ma cambiare ancora. Nato per correre, non può rallentare e fermarsi. Più che di attivismo tattico abbiamo bisogno di respiro strategico.


Il Partito democratico deve andare oltre il profilo statalista, protezionista e collettivista delle socialdemocrazie della seconda metà del Novecento senza per questo abbracciare l’ideologia Reagan-Thatcher, altrettanto superata e minoritaria. Non possiamo occupare noi lo spazio di una destra che in Italia non c’è. Un vestito liberista, antitasse, meritocratico può servire a svelare le contraddizioni della destra e a combattere le residue incrostazioni della sinistra tradizionale. Ma non può essere il nostro futuro.

 

Un nuovo profilo
Il profilo del Pd deve essere liberale, solidale, cosmopolita, ambientalista.
Da una parte paura, chiusura, egoismo, xenofobia. Una globalizzazione contestata per i suoi risvolti regolatori e temuta per quelli migratori, ma accettata come inevitabile per il super dominio militare e finanziario, per la rarefazione delle libertà.
Dall’altra, la nostra parte, libertà, società aperta, competizione, solidarietà. Promuovere la vita e i diritti umani. Una globalizzazione che va democratizzata e resa compatibile con l’ambiente, occasione positiva di riscossa per la vecchia Europa e per i dannati della terra. Una nuova cornice che dia senso a una miriade di condizioni individuali.
La linea di faglia del nuovo secolo non è più la lotta di classe né l’alternativa tra stato e mercato. Di quella trincea resta traccia, ma sempre più sbiadita. Su molti capitoli dell’agenda del Novecento destra e sinistra propongono ricette sempre più simili e talvolta perfino “scambiste” (gli operai leghisti, il Tremonti antimercatista).
Non è affatto così per l’agenda del nuovo secolo. Tra chi cavalca la paura e chi promuove con coraggio libertà e solidarietà le differenze sono enormi. E destinate a crescere sempre più. Le paure del nuovo millennio non si combattono inseguendole. Solo un “nuovo Rinascimento” può frenare la deriva verso un “altro Medioevo”.
Il Novecento è finito per tutti. Ma la destra lo ha capito prima e meglio di noi. Non è rimasta ferma al credo liberista degli anni Ottanta, fa surf sulle ondate di incertezza e sulle paure della globalizzazione ricavandone un vantaggio competitivo soprattutto nella vecchia Europa. Tra i “nuovi ceti popolari” più svantaggiati, frammentati e vulnerabili. La sinistra europea cerca di recuperare il proprio svantaggio con ricette ancora troppo condizionate dal passato.
Fa fatica a passare il guado. Per noi questa fatica può essere meno grave dovendo il Pd cimentarsi comunque con la creazione di un’identità nuova e plurale. Non avendo approdi sicuri, non possiamo che scegliere il mare aperto. Ecco la grande occasione. Per recuperare lo svantaggio elettorale in Italia, e addirittura per aprire una strada di valore europeo.

Partito di valori
Il Pd deve essere un partito di valori con al centro la vita e la dignità della persona. Qualcuno ha parlato di nuovo umanesimo. Nella nostra società postsecolare (Habermas) non possiamo essere portatori di un silenzio tecnocratico indifferente sui valori. Dobbiamo farci portatori di valori laici e potenzialmente condivisi da tutto il partito. «I laici sbagliano quando chiedono ai credenti di lasciare la loro fede sulla soglia di casa prima di entrare nella pubblica piazza». (Barak Obama).
Il Pd sia rispettoso della voce dei credenti nello spazio pubblico, che non è “ingerenza”, ma non affidi a quella voce la propria agenda dei valori. Il nostro motto non sarà mai ai laici la borsa, ai cattolici la vita.
Come impedire un lungo predominio del centrodestra? Come recuperare lo svantaggio di tre milioni di voti? Come uscire da confini geopolitici e sociali (le mappe di Diamanti) che assomigliano molto a quelli del Pci di 30 anni fa? Certamente non tornando indietro all’Unione. Tanto meno dichiarando di fronte alle prime difficoltà l’esaurimento della capacità espansiva del Pd.
La capacità espansiva è la ragione sociale del Pd. Va alimentata con una strategia di conquista di lunga lena. Non è facile uscire dai tradizionali confini elettorali: il tramonto delle ideologie non ha cancellato la fedeltà nei comportamenti elettorali, l’ha solo trasformata da fedeltà di partito a fedeltà di schieramento.


 

La strategia di conquista
Tre linee di lavoro per la strategia di conquista del Pd.
Primo, la sfida della identità. È la priorità assoluta per il Partito democratico. L’espansione dei nostri confini elettorali solo attraverso proposte di policies è una pia illusione. Dobbiamo lavorare sul chi siamo, prima ancora che sul cosa proponiamo.
Serve un’identità plurale e nuova. Identità plurale nel senso di Amartya Sen, non del matrimonio tra Peppone e Don Camillo.
Identità nuova vuol dire anzitutto discontinuità con le tradizioni precedenti, specie con quella più forte della sinistra postcomunista. Discontinuità anche simbolica.
Nessuno ignora la forza del richiamo delle “Feste dell’Unità” o del “socialismo europeo”. Ma se quello diventa l’universo simbolico del Pd la sfida della nuova identità è persa.
Discontinuità anche dal complesso di superiorità che ereditiamo da tradizioni precedenti e che è tanto più insidioso quando perdiamo rappresentanza nei ceti popolari più deboli. Alla nuova maggioranza sociale noi ci rivolgiamo spesso così: siete un po’ evasori e un po’ manipolati dalle tv di Berlusconi sui temi della sicurezza. Dovete sacrificarvi per il bene comune che noi rappresentiamo.
Noi chi? L’élite che beve vino rosso col pesce? La nuova identità democratica vivrà se sarà una identità popolare.


 

La vocazione maggioritaria
Secondo, la vocazione maggioritaria. Non c’entra nulla col bipartitismo, vuol dire capacità di rivolgersi a tutti gli italiani e di espandere i nostri confini elettorali.
Non si tratta di sostituire l’attuale blocco sociale di riferimento del Pd (scuola, pubblico impiego, professioni intellettuali, parte dei pensionati) o semplicemente di aggiungervi una fetta larga di lavoro autonomo.
Il Pd va concepito come un “partito tenda” abitato più che dalle mitiche masse popolari da una massa di individui.
Il motto è «persone di tutto il mondo unitevi ».
La nuova maggioranza sociale è il terreno obbligato di espansione. Le tradizioni della seconda metà del Novecento, sia socialiste che cristiane, facevano riferimento a un lavoratore stabilmente impiegato in imprese o servizi pubblici. Identità “per tutta la vita” e collettive: di questo era fatta la maggioranza sociale dell’Italia del boom economico a cui si rispondeva con più salario, più diritti nel lavoro e stabilità del posto di lavoro. La nuova maggioranza sociale, anche al sud, dove ci sono più partite Iva che al nord (Di Vico), è fatta da imprese individuali e famigliari, commercio, turismo, artigianato, lavoro saltuario, lavoro nero, lavoro domestico, lavoro nella miriade di servizi. Identità individuali e instabili. Che sono sempre meno disposte a barattare la loro libertà di scelta individuale, che non vogliono rinunciare a fare zapping tra le alternative di comportamento. Ma proprio per questo chiedono a gran voce migliori servizi pubblici, più semplicità e più sicurezza. Il Pd fa ancora fatica a stare dentro questa nuova maggioranza sociale fatta da identità individuali e instabili.
Prendiamo l’esempio più ovvio, la sicurezza. Capisco il regista Tornatore che ha invitato a non condannare i giovani rumeni che lo hanno derubato e mandato all’ospedale. Ha fatto bene. Ma non possiamo certo proporre a tutti di reagire così. E tantomeno possiamo cavarcela denunciando le evidenti strumentalizzazioni mediatiche della sicurezza e meno che mai, come qualche intellettuale radicale, tifare Romania contro l’Italia agli europei.
La sicurezza è un valore centrale per la grande maggioranza degli italiani. E a guardarci bene è più che comprensibile che sia così.
E allora basta con le reticenze e i distinguo su ogni misura di contrasto severo della delinquenza. Basta con le campagne contro i sindaci sceriffi. Ma anche nessuna timidezza nel denunciare gli attentati alle libertà.
Siamo doppiamente timidi sia nel rivendicare più efficacia nel contrasto ai comportamenti illegali, sia nel denunciare i roghi al campo nomadi di Ponticelli.

Un partito nuovo
Infine, un partito nuovo. La più grande aspettativa sollevata dal Pd è stata per una politica nuova e migliore.
Addirittura in grado di mettere la sordina all’antipolitica.
Ma le primarie non hanno risolto l’asfissia democratica del Partito democratico e a quella aspettativa dobbiamo ancora una risposta.
Nel frattempo l’antipolitica è tornata in campo a braccetto con il partner del nostro matrimonio di convenienza elettorale, Antonio Di Pietro. Il rischio non va sottovalutato.
Piazza Navona è stato un autogol ma questo non ci esime dal capire chi c’era e chi no in quella piazza. Non c’era una fronda di sinistra, classicamente girotondina. La coppia Di Pietro & Grillo, lanciata da Piazza Navona e forse in cerca di liste elettorali, non si propone come leadership alternativa della sinistra. È un movimento anticasta, che sempre più spesso accomuna destra e sinistra, che si manifesta in forme televisive ma prolifera nella libertà virtuale della Rete. Il Pd può essere un antidoto a quel virus. Ma solo se sarà un partito aperto, che abita la società e che accetta la sfida della partecipazione in Internet.


 

Nuove leadership
Molto si discute delle correnti del Pd. Non è una bella discussione. Sia chi pensa di poterle eliminare, sia chi le interpreta come veri e propri “sottopartiti” vive più nell’universo di Good Bye Lenin che ai giorni nostri. Io non ho mai frequentato un partito monolitico e non voglio cominciare a cinquant’anni suonati.
Preferisco di gran lunga un ribollire di idee e confronti rispetto a un silenzio artificiale dietro al quale proliferano vecchi apparati in lotta per dividersi rendite di posizione.
Convegni, giornali, fondazioni sono la materia prima indispensabile per la svolta culturale di cui il Pd deve essere protagonista. A condizione, naturalmente, che il sottofondo plurale non prenda il sopravvento sulla scena del partito.
Al primo posto, infatti, c’è la sfida di fondare il partito nei territori. Di affidarlo a leadership nuove e, dove ci sono, vincenti. Di farlo vivere tra le competenze e dentro la società. È infatti difficile interpretare questa nuova maggioranza sociale fatta da milioni di identità individuali che, come dice Filippo Sensi, somigliano alla tastiera colorata dell’I-phone. Di certo è impossibile interpretarla senza starci dentro, senza rispondere giorno dopo giorno alla sua domanda di sicurezza e di servizi più semplici ed efficienti.
Una sfida entusiasmante per Veltroni: fatto il Partito democratico si tratta ora di fare i Democratici.
La missione che ci attende è dunque impegnativa: sdoganare il Pd, farlo uscire dai suoi confini e farlo diventare il primo partito.
Non è una missione impossibile: ad appena tre mesi dalle elezioni il consenso attorno al nuovo governo si incrina e la gravità della situazione del paese è sotto gli occhi di tutti.
Ma le difficoltà del governo e il malcontento per le condizioni insopportabili di chi vive con uno stipendio, un salario o una pensione non portano automaticamente a una crescita di consensi per il Pd.
In tempi come i nostri potremmo anche assistere a una crisi parallela dei consensi al Governo e al principale partito di opposizione. Solo una strategia di innovazione potrà togliere al Pd la zavorra in modo tale che possa spiccare il volo quando appariranno i fallimenti del governo.


 

Le alleanze
Questo nostro riposizionamento è la premessa di una buona politica di alleanze. Non ci dividiamo certo tra favorevoli e contrari ad una politica di alleanze. Sarebbe come dividersi tra chi vuole vincere e chi vuole perdere. È della qualità delle alleanze che siamo chiamati a discutere. Una cosa per me è chiara: non possiamo riproporre un ritorno a lunghe e incoerenti coalizioni antiberlusconiane.
Non possiamo ignorare il fallimento della prova di governo da parte della sinistra più radicale. Il nuovo conio è più che mai di attualità, ma le alleanze non sono il traguardo, saranno il frutto della politica che sapremo fare. E solo un grande Pd a vocazione maggioritaria può essere il perno di alleanze capaci di sfondare nell’elettorato moderato e conquistare la maggioranza del paese.  

 

dal quotidiano Europa

 
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